In data 23.03.2005, il Ministero della Sanità ha segnalato la comparsa di Febbre Emorragica Marburg in Angola. Sulla base dell'analisi di casi retrospettivi, l'epidemia sembra sia iniziata nel novembre 2004. Ad oggi sono stati segnalati 89 casi, prevalentemente bambini, con 77 decessi. Tra i colpiti anche una pediatra italiana.
Febbre Emorragica Marburg
E' una malattia rara, grave, provocata da un virus a RNA di origine
animale (famiglia dei filovirus) che colpisce i primati, compreso
l'uomo.
E' stata identifica per la prima volta nel 1967, in personale sanitario
(laboratoristi e alcuni medici) ed in alcuni famigliari di pazienti.
Il contagio nell'uomo avvenne per trasmissione del virus da tessuti
infetti di scimmia, importata dall'Africa a scopo di ricerca.
Dove si trova il virus Marburg
Come Ebola, anche il virus Marburg è endemico in Africa.
Ad oggi non è ancora completamente chiaro quale sia l'animale
ospite. La malattia è stata identificata in Kenya, in Uganda,
in Congo e forse in Zimbabwe.
Trasmissione all'uomo
Non è noto come avvenga la trasmissione dall'animale all'uomo;
come per altre febbri emorragiche, l'uomo infetto può trasmettere
la malattia ad altre persone, specie se il contatto è stato
stretto. Le goccioline provenienti da fluidi corporei, il contatto
diretto con persone/tessuti infetti, e/o con materiale sanitario
contaminato da sangue rappresentano una fonte di infezione molto
probabile.
I sintomi della malattia
L'incubazione è di 5 - 10 giorni. L'esordio è brusco
con febbre, mialgie, malessere e rash maculo papulare localizzato
prevalentemente al tronco. In breve tempo si instaurano ittero,
stato delirante, emorragie massive, shock ed exitus per insufficienza
multi organo. La mortalità è del 25% circa.
La terapia è solo sintomatica
Per la diagnosi si utilizzano test in ELISA ( Ig M e IgG) , la PCR,
oppure l'isolamento virale da sangue o da tessuti di soggetti deceduti
( i campioni dovranno essere inviati in Laboratori di Riferimento).
Persone a rischio
Persone che sono state a stretto contatto con pazienti o
con primati non umani infetti. Pertanto, si considerano a rischio
il personale ospedaliero ed i famigliari di pazienti.
(a cura dell'UOA Prevenzione Rischio Infettivo)